
Il dato che sovverte la narrazione comune: e cosa ci dice davvero sul rischio.
C’è una convinzione diffusa, quasi un assioma, nel modo in cui pensiamo alla sicurezza sul lavoro: i lavoratori nuovi sono quelli a rischio. Inesperti, disorientati, ancora da formare. Quelli che conoscono bene il loro lavoro, invece, sanno come muoversi. Sanno dove si nascondono i pericoli. Sono al sicuro.
I dati raccontano qualcosa di più sottile — e di più scomodo.
Secondo il Rapporto 2025 del sistema di sorveglianza Infor.MO — sviluppato nell’ambito della rete Inail-Regioni-Asl e basato sull’analisi degli infortuni mortali e gravi avvenuti tra il 2002 e il 2022 — oltre il 71% dei lavoratori coinvolti in infortuni mortali aveva un’anzianità nella mansione superiore a 3 anni. Non erano nuovi. Erano lavoratori con anni di esperienza alle spalle.
Questo dato non dimostra che i lavoratori esperti si infortunino più spesso dei neoassunti: per affermarlo servirebbe conoscere quanti lavoratori esperti, in proporzione, popolano davvero i luoghi di lavoro — un dato che il Rapporto Infor.MO non fornisce. Dimostra però qualcosa di ugualmente importante, e forse più utile: l’esperienza, da sola, non mette al riparo dagli infortuni. Una quota molto rilevante degli eventi mortali riguarda persone che svolgevano da anni la propria mansione. E il meccanismo che può trasformare la competenza in vulnerabilità è uno dei più insidiosi — e dei meno discussi — nella cultura della sicurezza.
Dati dal Rapporto Infor.MO 2025 (Inail-Regioni)
| 71% | 44,3% | 61% |
| degli infortunati mortali (archivio 2002–2022) aveva anzianità nella mansione > 3 anni | dei coinvolti negli eventi mortali (2013–2022) aveva più di 55 anni (dato anagrafico) | dei coinvolti in infortuni mortali (2013–2022) aveva oltre 3 anni di anzianità nella mansione |
I tre dati si riferiscono a basi e periodi diversi; il 44,3% riguarda l’età anagrafica, non l’esperienza nella mansione. Vanno letti come dati descrittivi sulla popolazione degli infortunati, non come tassi di rischio comparati.
Un chiarimento è utile anche sul termine “esperienza”: nel Rapporto, l’anzianità nella mansione costituisce un indicatore approssimativo dell’esperienza, non una misurazione diretta della competenza del singolo lavoratore. È un buon proxy per un articolo divulgativo, ma non coincide esattamente con la stessa variabile.
Come funziona questo paradosso? Come può un lavoratore esperto — che conosce l’ambiente, le procedure, i rischi tipici del suo settore — continuare a essere vulnerabile nonostante l’esperienza?
La risposta sta in un meccanismo cognitivo che abbiamo già incontrato in altri articoli di questo blog: la normalizzazione. Ma nell’esperto, questo meccanismo opera in modo ancora più subdolo. Non si tratta solo di abituarsi a un rischio specifico. Si tratta di sviluppare, nel tempo, una mappa mentale dell’ambiente che diventa così automatica da non richiedere più attenzione consapevole.
Quando un’azione diventa automatica — quando non si deve più pensarci — si libera capacità cognitiva per altre cose. Questo è un vantaggio enorme in condizioni normali. Diventa un problema quando le condizioni cambiano e il sistema automatico non si accorge del cambiamento.
«L’esperto può smettere di vedere alcuni segnali di rischio non per distrazione, ma perché il suo cervello ha imparato, nel tempo, a considerarli parte della normalità.»
Il dato Infor.MO descrive il fenomeno, ma non ne dimostra da solo le cause. Per comprenderne i possibili meccanismi occorre affiancargli ciò che sappiamo dalla ricerca sui fattori umani, sulla percezione del rischio e sulle organizzazioni.
Non è un unico meccanismo. Sono almeno quattro processi distinti che possono combinarsi e rinforzarsi a vicenda.
1
L’automatismo procedurale
Dopo centinaia o migliaia di volte in cui una procedura è stata eseguita senza conseguenze, cessa di essere un’azione consapevole e diventa un gesto automatico. L’automatismo è efficiente, ma può essere anche rigido: non sempre si adatta facilmente a variazioni nell’ambiente. Un macchinario spostato di pochi centimetri, un collega che si trova in una posizione insolita, una superficie bagnata che di solito non lo è: il lavoratore esperto può continuare il gesto come sempre, senza che il segnale di allerta riesca a interrompere la sequenza automatica. Un meccanismo cognitivo generale può aiutare a spiegare il perché: il bias di conferma (Nickerson, 1998) porta a interpretare i segnali ambigui in modo coerente con una convinzione già consolidata — “qui è tutto normale” — invece che come possibili smentite di quella convinzione.
2
La sottostima del rischio familiare
La familiarità ripetuta con un pericolo può ridurne la percezione soggettiva, soprattutto quando l’esposizione precedente non ha prodotto conseguenze. Non è irrazionalità: è un meccanismo adattivo che, in questo contesto, può ritorcersi contro chi lo sviluppa.
3
La pressione implicita a dimostrare competenza
Il lavoratore esperto è spesso anche quello di riferimento per i colleghi più giovani. In alcuni gruppi di lavoro può inoltre svilupparsi una pressione implicita a comportarsi da esperto: a non esitare, a non fare domande, a non mostrare incertezza. Fermarsi a valutare un rischio che i colleghi più giovani sembrano ignorare può sembrare un segnale di debolezza invece che di saggezza. Questa dinamica, dove presente, può spingere a saltare verifiche che sarebbero naturali in un lavoratore meno esperto.
4
L’usura fisica e cognitiva nel tempo
L’esperienza si accumula nel tempo — e con essa anche l’usura. Il tema non è soltanto anagrafico: stress, affaticamento mentale e carenza di riposo possono ridurre attenzione e capacità di reazione (Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, 2026). Il lavoratore esperto sa esattamente cosa fare. Ma in una giornata di stanchezza, può farlo con meno vigilanza di quanta ne servirebbe.
C’è una figura particolare che incarna questo paradosso in modo quasi emblematico: il lavoratore senior che fa da tutor ai nuovi assunti. È la persona più esperta, quella scelta per trasferire le competenze. Ed è anche, spesso, quella che inconsapevolmente trasmette, insieme alle competenze, le abitudini consolidate — incluse quelle rischiose.
Un lavoratore nuovo che osserva il proprio tutor saltare una procedura di sicurezza impara due cose contemporaneamente: come fare il lavoro e che quella procedura non è davvero necessaria. La normalizzazione dell’esperto diventa il modello del principiante. Il rischio si trasmette insieme alla competenza.
Il rischio della trasmissione informale
Un lavoratore senior che affianca un nuovo assunto non trasmette soltanto procedure formali, può trasmettere anche prassi, scorciatoie e abitudini del gruppo. La sicurezza di un esperto, per questo, non è mai solo una questione individuale.
La formazione sulla sicurezza è spesso calibrata sui lavoratori nuovi: trasmettere conoscenze di base, illustrare procedure, spiegare i rischi tipici del settore. Per i lavoratori esperti, la formazione periodica tende a diventare un aggiornamento burocratico — qualcosa da fare per adempiere all’obbligo, non per imparare qualcosa di nuovo.
Il problema è che l’esperto non ha bisogno soltanto di più informazioni. Ha bisogno anche di qualcosa di diverso: uno strumento per vedere ciò che l’automatismo ha reso invisibile. Per interrogarsi sulle abitudini consolidate. Per guardare il proprio ambiente di lavoro con occhi che non siano quelli dell’abitudine.
Questo è esattamente ciò che i near miss reali possono offrire — anche e soprattutto agli esperti. Un video di un quasi-incidente in un ambiente familiare non trasmette informazioni nuove: riattiva l’attenzione su rischi che erano diventati invisibili. Non dice all’esperto cosa non sa. Gli mostra ciò che ha smesso di vedere.
«La formazione dell’esperto non può limitarsi a trasmettere conoscenza. Deve anche risvegliare l’attenzione su ciò che la familiarità ha reso automatico.»
Riconoscere il paradosso dell’esperienza non significa svalutare la competenza. Significa gestirla in modo più consapevole. Ci sono alcune leve concrete che le organizzazioni possono attivare.
Il paradosso dell’esperienza non è una critica ai lavoratori esperti. È una descrizione di come funziona il cervello umano in condizioni di alta familiarità. Non è una colpa: è una caratteristica del sistema cognitivo che opera in noi tutti.
Ma è una caratteristica che le organizzazioni devono conoscere e gestire. Perché la stessa esperienza che rende un lavoratore efficiente, veloce, capace di trasmettere competenza agli altri, può anche — in certe condizioni, in certi momenti — renderlo meno capace di vedere ciò che ha davanti.
Un lavoratore esperto che sa riconoscere questo meccanismo in se stesso è più sicuro di uno che non lo conosce. Non perché diventi improvvisamente più cauto di quanto l’esperienza gli permetta di essere. Ma perché sa quando è il momento di rallentare, guardare di nuovo, e non dare nulla per scontato.
La sicurezza la fai tu. Anche — soprattutto — quando credi di sapere già tutto.
Tag: infortuni lavoratori esperti · paradosso dell’esperienza · normalizzazione del rischio · sicurezza sul lavoro · near miss · INAIL · prevenzione · cultura della sicurezza
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